Lesa risultava una delle ‘curie’ in cui aveva possedimenti il monastero di S. Sepolcro di Ternate nel 1240. Con cautela, in attesa di altri documenti probanti, possiamo pensare che ciò corrisponda all’esistenza di una ‘corte’ di Lesa nei secoli anteriori al Mille. Questa sua importanza fin dall’Alto-Medioevo contribuirebbe a spiegare la continuazione delle sue fortune nei secoli successivi.
Già nel 998 il vescovo di Tortona Liutefredo vendette al duca Ottone di Carinzia metà di due porzioni di sue proprietà verbanesi tra cui il castrum… quod clamatur Lexia. L’altra metà fu donata ad Ottone III imperatore, che nel 1001 la donò a sua volta alle monache del monastero pavese di S. Salvatore o della Regina. Poiché questi beni furono poi usurpati l’anno successivo dai fratelli Berengario prete e Ugone conte, fautori di re Arduino, le monache ricorsero al nuovo imperatore Enrico II e ne ottennero la conferma nel 1014.
Il castello in questione viene individuato con l’odierno ‘Castellaccio’, chiamato tuttora ‘Castello delle monache’ e posto sulla riva del lago in territorio di Villa Lesa.
Nei secoli XII-XIII non abbiamo altre notizie sulle vicende della ‘curia’ di Lesa, per cui non conosciamo i tempi e le modalità del suo passaggio agli arcivescovi di Milano. Intanto, nel 1199 il monastero di S. Donato di Sesto Calende perse – a favore degli stessi arcivescovi di Milano – il possedimento di terre in Lesa, Belgirate, Isola Superiore (cioè Isola dei Pescatori), Stropino, Carpugnino, Graglia, tenute dagli uomini della sua corte di Baveno, la quale sola rimase al monastero.
Gli arcivescovi ampliarono così i loro possessi fisici in quella curia, che non sappiamo come e quando avevano acquisito. Baveno cessò d’essere capoluogo del Vergante a favore di Lesa, che si avviava a diventare uno dei fulcri territoriali della politica arcivescovile. Nel 1204 e nel 1205 gli arcivescovi avevano due loro giudici del distretto verganteo a Lesa, ma già nel 1200 avevano un podestà.
Nel 1224 nella chiesa di S. Martino l’arcivescovo Enrico da Settala firmò un accordo antinovarese con Vercelli, i conti di Biandrate e i Da Castello di Pallanza. Nel 1227 era gastaldo episcopale a Lesa un certo Iacopo Diana (cognome perdurante a Lesa). Nel 1256/1257 il castellano del Vergante, Anrico da Perego, congiunto dell’arcivescovo Leone da Perego, sentenziò rispettivamente nel borgo e nel castro di Lesa. Ci sembra che questo castello non fosse più quello del 998, ma la fortificazione che si trova nel borgo ancora ai nostri giorni, seppur completamente trasformata. Degli altri indizi toponomastici a favore di un borgo fortificato abbiamo già parlato.
Se per di più gli statuti trecenteschi prescrivono la conservazione delle carte della comunità in uno scrigno da tenersi nella sacrestia di S. Martino, ben si vede come ciò non dovesse avvenire lontano dal castello arcivescovile.
Le funzioni pubbliche della comunità gravitavano sul borgo, non su un castello lontano oltre un chilometro come il Castellaccio. Lesa era servita da un porto (1232), godeva di antichi diritti di mercato, poi cancellati nel 1312 a seguito di una controversia con Arona, sede di un altro mercato.
Il Castellaccio invece doveva assolvere nel periodo arcivescovile alla funzione di posto di dogana. Nel 1348 Giovanni Visconti sanzionò l’obbligo di pedaggi per i forestieri che trasportavano merci attraverso il distretto del Vergante.
Mercanti per terra e per acqua (questi con i loro natanti) dovevano presentarsi al castello per il pagamento. Osservando la posizione del Castellaccio a guardia del più stretto braccio di lago lesiano, dirimpetto a Ranco, si può convenire che fosse quello il miglior posto doganale, per un fiorente traffico, a raggio padano-transalpino, di moltissime merci indicate in una carta del 1355.
Il gettito finanziario doveva essere conseguentemente rilevante e venne conservato per altri secoli. I pedaggi erano ancora in vigore nel XVII secolo.
Nel Trecento, secolo pieno di fulgore della comunità di Lesa, Vergante e Castellanza di Meina vennero redatti, o forse meglio rinnovati e messi per iscritto, gli statuti della comunità stessa (1389). In essi si cita anche l’attuale frazione Villa Lesa (eius villa).
Intanto Lesa e il Vergante venivano virtualmente sottratti agli arcivescovi dalla famiglia Visconti, che verso la metà del secolo ne avevano già ottenuta l’investitura come ‘difensori’ e ‘conservatori’ e poi come ‘signori’. Il duca Gian Galeazzo Visconti nel 1397 ottenne dall’imperatore Venceslao l’investitura del neonato Contado d’Angera comprendente tutto il lago.
Nel 1416 il duca Filippo Maria Visconti restituì Lesa e Vergante agli arcivescovi, ma nel 1441 lo stesso ne infeudò Vitaliano Borromeo, due anni dopo la concessione di Arona. I Borromeo governarono paternamente le terre verbanesi per oltre trecento anni. Nel 1445 Filippo Borromeo rivide e integrò gli statuti di Lesa e Vergante con altri nove capitoli. Sotto i Borromeo l’amministrazione della giustizia per tutto il distretto fu affidata, a Lesa, al podestà o pretore.
Tale ufficio fu poi soppresso il 31 ottobre 1800 durante la Repubblica Cisalpina.
Per la storia antica di Lesa vanno pure ricordati i possedimenti monastici a partire dall’XI secolo, oltre a quelli già citati: di S. Donato (di filiazione pavese), della Regina (di Pavia) e di S. Sepolcro di Ternate. Si tratta del capitolo di S. Giuliano di Gozzano (1089), dell’abbazia benedettina di Arona (dal 1123), del capitolo di S. Giulio d’Orta (1284 e 1371), di S. Ambrogio di Milano e S. Marino di Pavia.
Come si vede i legami con Pavia, antica capitale del regno longobardo e franco e per secoli ancora capitale dei commerci padani, erano solidi in Lesa come su tutto il lago.
Nel campo spirituale Lesa dipendeva dalla lontana pieve di Gozzano almeno a partire dalla fine del XII secolo. Nel 1590 la parrocchia risultava avere tre parroci porzionari, di uguale dignità, e da essa dipendevano Solcio e Villa. Nel 1694 si staccò da Lesa la parrocchia nuova di Villa con Solcio e questa nell’Ottocento da Villa. La chiesetta di S. Sebastiano dipende tuttora da Lesa.
Restano ancora due grosse incertezze nella storia lesiana: le questioni di Staciona e di Leocarni.
Alcuni studiosi hanno creduto di individuare in Lesa l’antica Stazzona capoluogo dell’omonimo contado franco – oggi definitivamente riconosciuta in Angera – per via di un appezzamento denominato Staciona, posto in questo territorio (1206). La Staciona lesiana sarà stata invece – dal latino statio – un luogo di sosta, o posto di guardia, magari per l’esazione di pedaggi anteriormente a quelli degli arcivescovi, o le adiacenze di un porto.
Quanto al Leocarni o Leucarni (carte del 998 ed anteriori), corte regia con tanto di palazzo curtense, risulterebbe nei confini del Vergante.
Scartata già dagli studiosi la semplicistica identificazione con Locarno, non è rimasto che collocarla tra Lesa e Massino. E forse questo segreto è per sempre custodito dall’Erno, tumultuoso e bizzarro, che – anche solo negli ultimi cent’anni – ha fatto rimodellare le carte corografiche locali, spostando la sua foce di qualche centinaio di metri a nord.

 

Dalle origini al cinquecento

Il nome di Lesa compare per la prima volta in un documento del 998, ma reperti archeologici ottocenteschi, oggi scomparsi o dispersi e i toponimi di chiara origine celtica e romana, fanno pensare ad un’origine molto più antica di tutti e tre i centri abitati, collocati strategicamente dove la collina incontra la piana: Lesa e Solcio alle estremità settentrionale e mreidionale della piana dell’Erno e Villa nel punto dove il torrente esce dalle colline.
Dal 1199 “Lexia” fu il centro amministrativo del Vergante sotto gli arcivescovi di Milano e in seguito dei Borromeo, sede del castellano del Vergante e poi di un podestà fino all’inizio del secolo scorso, pur avendo perso già dalla fine del medioevo gran parte della sua importanza economica e politica.
Le due frazioni collinari, Comnago e Calogna, all’estremità meridionale della Motta Rossa e sul suo versante orientale, sopra Belgirate, hanno probabilmente la stessa origine gallo-romana, come indicano alcune incisioni rupestri.

 

L’età barocca: il seicento e il settecento

Perduta già da tempo la sua importanza come centro amministrativo ed economico del Vergante e ormai lontana dai centri di potere dei Borromeo, Lesa non mostrò sviluppi artistici o urbanistici di rilievo fino al tardo Settecento.

 

L’ottocento e il novecento

Più incidenti furono gli avvenimenti che coinvolsero Lesa. Nell’ottobre del 1800 un decreto della Repubblica Cisalpina ne abolì definitivamente la pretura, mettendo fine ad un ruolo di capoluogo del Vergante che il borgo aveva svolto per secoli.
La costruzione della strada napoleonica del Sempione e, un secolo dopo, della ferrovia alterarono profondamente il territorio, mutando completamente il rapporto tra la collina, i centri abitati, la campagna, il lago.
Le ville signorili dell’aristocrazia e della borghesia lombarda occuparono nel giro di oltre un secolo, con i loro parchi gran parte del territorio un tempo religiosamente riservato all’agricoltura.
Da allora fino a oggi un’incontrollabile proliferazione di villette, palazzine e condomini ha completamente invaso il piano e la collina, cancellando quasi completamente i peschi e le viti che un tempo erano l’orgoglio di Lesa.

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